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UN'INTRODUZIONE ALLE



RAPPORTI FRA LE CARTE OCCIDENTALI ED ORIENTALI

Le prime carte comparse in Europa avevano i semi di Denari, Coppe, Spade e Bastoni, senza dubbio derivati da quelli arabi (mamelucchi), che erano Denari, Coppe, Spade e Bastoni da Polo.
Secondo un'ipotesi comune, i quattro semi avrebbero rappresentato le principali classi sociali di quel tempo:
Denari = mercantiSpade = militari
Coppe = cleroBastoni = contadini

i segni dei semi nelle carte dei Mamelucchi

Tuttavia un simile schema può essere plausibile solo nella sua versione spagnola, nella quale i Bastoni appaiono come nodosi randelli; nel tarocco classico e negli stili dell'Italia settentrionale, questo seme è rappresentato da eleganti mazze cerimoniali, simbolo di comando: qualsiasi relazione con le classi sociali inferiori appare assai improbabile.

Quando nella seconda metà del XIX secolo alcuni antropologi occidentali cominciarono ad interessarsi alle carte tradizionali dell'Estremo Oriente, prese anche forma l'idea che potesse esistere una relazione fra tali mazzi, all'apparenza così diversi, e quelli usati nel mondo occidentale, e quindi che le carte fossero giunte in Europa dalla Cina.
Chi per primo trattò l'argomento in modo specifico fu il sinologo W.H. Wilkinson, alla fine del XIX secolo. Stazionando in Cina in qualità di diplomatico, ebbe modo di raccogliere diverse varietà di carte allora in uso, e di indagare a fondo lo schema dei semi adottato dai mazzi locali, noto come sistema "a semi monetari" (maggiori dettagli vengono riportati nella galleria cinese, pag. 1).
In quel periodo era in vigore una teoria secondo cui le prime carte sarebbero state introdotte in Italia verso la metà del XIII secolo dai mercanti veneziani Polo, che le avrebbero riportate dai loro viaggi in Cina. Ma nel famoso resoconto dei loro viaggi, Il Milione, di tali carte non v'è traccia, e fra i numerosi manufatti cinesi che riportarono in patria non sembra esservi stato alcun oggetto simile ad un mazzo di carte da gioco.
Tale ipotesi venne rielaborata nel corso del XX secolo alla luce di nuovi dati storici inerenti l'argomento; in particolare, venne accertata l'origine araba dei primi mazzi italiani e spagnoli.
Ma erano stati gli Arabi ad inventare le carte, o avevano imparato a giocare da altri popoli, e quali?
La risposta al quesito, nonostante documentazioni precise siano pressoché inesistenti, probabilmente risiede nei rapporti geografici che il mondo islamico aveva nel Medioevo, non troppo dissimili da quelli attuali.

Nell'XI secolo i Selgiuchidi, una tribù nomade di lingua turca, originaria dell'attuale territorio del Kazakhistan, convertiti all'Islâm, avevano conquistato la Persia, parte dell'Asia Minore e l'Africa nord-occidentale.
Poi, nel XIII secolo, il condottiero Gengis Khan e il suo pronipote Kubilai Khan avevano perseguito un progetto assai più grandioso: provenienti più da est, cioè dall'Asia Centrale, avevano allargato l'impero dei Mongoli ad un territorio incredibilmente esteso, che attraversava l'intera Asia, dalla Persia e dal Caucaso fino alle coste della Cina.
Selgiuchidi e Mongoli
Attraverso questa civiltà, che aveva certamente rapporti con il mondo cinese, le carte orientali sarebbero potute giungere fino in Persia (Iran). Quest'ultima è una regione mediorientale dove è stato accertato l'uso di carte antiche; in particolare, la Persia è la patria del gioco chiamato Ganjifa, vecchio di secoli.

Eppure è difficile definire le origini delle carte Ganjifa (vedi la galleria indiana); secondo alcuni esperti sarebbero una creazione persiana, che in seguito raggiunse l'India al tempo dei Mughal (XVI secolo), ma secondo altri potrebbero essere nate nella penisola indiana molto più anticamente, suggerendo un probabile rapporto con la Cina, che antichi motivi culturali e religiosi (in particolare il Buddismo) già legavano alla penisola indiana.

Cercando somiglianze da un punto di vista grafico, i punti di convergenza fra i semi delle carte cinesi, a tutt'oggi usati, e quelli delle carte arabe tardo-medioevali (vedi galleria delle carte dei Mamelucchi), di per sé estinte ma di cui sono sopravvissuti i semi nei tarocchi e nelle carte regionali italiane e spagnole, sono troppo numerosi per essere semplici coincidenze.
  • Il seme di Denari delle carte cinesi, chiamato  Wen ("moneta, denaro"), è pressoché identico nella forma dei segni e nel significato a quello delle carte mamelucche, i  Darâhim ("monete, denaro"). Un esempio di carta araba di Denari è mostrata all'inizio di pagina 1.

  • Il segno del seme cinese detto di Stringhe,  Suo ("corda, filo"), non è poi così diverso da quelli del seme arabo di Bastoni da polo, o  Jawkân; in particolare, la forma ad angolo ottuso di quest'ultimi sembrerebbe ispirata al motivo del 2 di Stringhe. Se ciò fosse vero, si sarebbe conservata solo la forma del segno, ma non il significato originale.

  • Il seme cinese di Miriadi è chiamato  Wan, dal significato di "10.000", quindi apparentemente privo di connessione con alcuno dei semi arabi. Tuttavia sul piano linguistico il legame esiste, ed è anche piuttosto stretto.
    Dall'Asia Centrale fino all'Estremo Oriente si parlano le lingue altaiche, che ricadono in tre gruppi: quello turco, quello mongolo e quello manciù. In tutte queste lingue il vocabolo che esprime il numero 10.000 è quasi identico: tuman, o tümen, o toman (la differenza è minima).
2 di Stringhe da un mazzo cinese
a semi monetari, e il 10 di Bastoni
da polo dal mazzo mamelucco
In particolare, gli antichi abitanti della Manciuria (corrispondente all'attuale Cina nord-orientale) usavano il termine tuman, ma lo scrivevano . Questo ideogramma è lo stesso che si trova nelle carte cinesi a semi monetari per indicare il seme di Miriadi (cfr. la galleria cinese).
Un altro dato di una certa rilevanza è che una moneta d'oro persiana del valore di 10.000 Dinar era chiamata Toman. Venne introdotta nel 1240 dC, cioè poco dopo l'invasione della Persia ad opera dei Mongoli; questo era un vocabolo straniero, poiché in persiano non esiste, mentre in mongolo la parola che indica 10.000 è tümen (quasi identica).


Toman persiano
Per tale motivo, il seme che nel mazzo mamelucco viene chiamato  Tûmân corrisponde come nome al seme orientale di Miriadi (cioè "decine di migliaia"), anche se nel mazzo arabo le carte di Tûmân raffigurano coppe o calici.

È bene sottolineare che Toman (la moneta d'oro persiana) e il seme arabo Tûmân sono entrambi scritti allo stesso modo, , e che l'apparente differenza fra i due vocaboli è frutto del diverso criterio di traslitterazione, o romanizzazione, usato per l'arabo e per il persiano: nessuno dei due termini era indigeno, non appartenevano alla lingua propria del luogo, ma certamente derivarono da una lingua altaica.

Un'altra domanda è: perché il seme di calici veniva chiamato Tûmân? Come appena detto, questo non era neppure un vocabolo indigeno, e per un giocatore arabo avrebbe avuto un suono un po' strano, come se i semi in italiano si fossero chiamati "Denari, Spade, Bastoni e Tûmân".
Anche per questo termine esiste una spiegazione.
Nonostante vivessero in Africa settentrionale (terra soggetta agli Arabi), e usassero l'arabo come lingua ufficiale, i Mamelucchi erano un gruppo etnico dalle antiche origini turche. Infatti provenivano dall'attuale territorio della Russia meridionale o del Kazakhistan, da dove erano stati deportati come schiavi secoli prima, e la loro lingua d'origine era il Kipchak (il sottogruppo linguistico turco più occidentale). Per le note storiche e per altre illustrazioni si veda la galleria le carte dei Mamelucchi nella sezione delle carte antiche.
mappa dell'Impero Mamelucco
mappa dell'Impero Mamelucco, che mostra l'origine
di questo popolo (linea tratteggiata rossa)
Appare quindi molto probabile che i Mamelucchi avessero conservato il vocabolo tûmân come retaggio del proprio idioma d'origine, il che spiegherebbe la scelta di un termine sconosciuto alla lingua araba per indicare un seme delle loro carte. L'equivalente di tale termine, come detto, era anche in uso presso i Persiani, che lo usavano per la loro moneta aurea, e i Mamelucchi, ormai arabizzati, condividevano con gli abitanti della Persia il sistema di scrittura, e con loro avevano sicuramente rapporti commerciali.

 
(in alto) due carte del seme di Miriadi, col segno
indicato in rosso, e il re di Coppe del mazzo mamelucco
    Ma perché i segni del seme di Tûmân erano dei calici, o coppe?
    Secondo un'ipotesi di Wilkinson, la scelta delle coppe come segno indicativo del seme sarebbe scaturita da un'erronea interpretazione dell'ideogramma cinese e manciù , il quale, se capovolto (), ricorda effettivamente un calice. Un particolare che va d'accordo con questa teoria è la posizione di tali segni nelle carte: sempre verso la parte superiore negli stili cinesi, mentre nei mazzi mamelucchi (almeno nei pochi che conosciamo) sono raffigurati in basso, come in una carta cinese capovolta. Molti studiosi hanno respinto la teoria di Wilkinson; se fosse vera, però, bisognerebbe ammettere che i primi mazzi introdotti nel mondo arabo avevano ancora i semi scritti con ideogrammi cinesi (che gli Arabi stentavano a comprendere), e quindi le carte non sarebbero venute dalla Persia, ma probabilmente più da est.
Poiché nel sistema orientale tutti i segni dei semi sono correlati alle monete o al denaro, è possibile che anche il significato simbolico di Tûmân abbia una simile relazione. Ad esempio, più che il calice come utensile potrebbe avere un significato il metallo di cui sono apparentemente fatte le coppe effigiate sulle carte mamelucche, cioè l'oro. Probabilmente non era un caso che anche il Toman persiano fosse una moneta aurea.


  • Anche per l'ultimo seme cinese, quello di Decine,  Shi, presente solo negli stili a quattro semi (cfr. la galleria cinese), la forma a croce dell'ideogramma non può non suggerire una spada stilizzata con l'elsa. Infatti il corrispondente seme del mazzo arabo,  Suyûf, ha il significato di "spade" o "scimitarre".

Ancora un'altra coincidenza riguarderebbe le tre carte "speciali" del sistema a semi monetari, anche dette onori, cioè quelle denominate Vecchio Mille, Fiore Rosso e Fiore Bianco (cfr. galleria cinese, pag. 1); potrebbero infatti essere messe in relazione alle tre figure del mazzo arabo (re, deputato e deputato in seconda).
Delle suddette carte del mazzo cinese, due di esse solitamente raffigurano personaggi stilizzati, tratti da un romanzo vernacolare del XIV secolo molto conosciuto dal titolo Shui-hu Chuan ("Il margine dell'acqua"); su uno di questi soggetti, esattamente sul Fiore Rosso, la figura maschile che compare ha spesso l'ideogramma  Wang, cioè "re" (tanto col significato di "monarca" che come cognome cinese, assai diffuso).

Infine, le stesse proporzioni delle carte mamelucche sembrano avvicinarsi di più a quelle cinesi (cioè hanno una forma lunga e piuttosto stretta) che a quelle occidentali.


I semi arabi attecchirono anche in Europa, con una piccola variante: i bastoni da polo, non essendo fra gli oggetti del vissuto quotidiano dei giocatori, vennero genericamente identificati come "bastoni".
Perciò in spagnolo vennero chiamati Bastos, cioè randelli. Invece nell'Italia del nord vennero interpretati come bastoni cerimoniali, donde l'aspetto da mazza regale, impreziosita da particolari e con pomi alle estremità, tipica di molti tarocchi antichi, e che gli stili regionali trevigiano, bergamasco, bolognese, ed altri hanno conservato.

esempi di "Fiore Rosso"
con l'ideogramma Wang,
da diverse edizioni
(per gentile concessione
di MaiJianHua)


note storiche ed iconografiche i principali elementi delle carte da gioco




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